Lo prendi sotto le ascelle, perché è il modo che viene naturale
Tua madre è seduta sul bordo del letto e non riesce ad alzarsi. Tu ti metti davanti, infili le mani sotto le ascelle e tiri su. Funziona, in qualche modo funziona sempre. Solo che lei non ha spinto niente, tu ti sei caricato tutto il peso sulla schiena, e domani sarà identico. È il gesto più diffuso e uno dei meno utili, e viene fatto con le migliori intenzioni del mondo: nessuno ha mai spiegato l’alternativa.
Quando entro in una casa, a Fano o in uno dei comuni della provincia, la persona da riabilitare non è mai l’unica che ha bisogno di risposte. Accanto c’è quasi sempre un figlio, un coniuge o una badante che sta sostenendo il peso concreto della giornata: i trasferimenti, il bagno, i pasti, le notti interrotte. Quella persona ha diritto a sapere cosa sta facendo bene, cosa la sta logorando, e dove finisce il suo compito.
Il malinteso da smontare è l’idea che assistere bene significhi fare il più possibile al posto dell’altro. Nella riabilitazione vale quasi il contrario: aiutare bene vuol dire fare il minimo necessario perché il gesto riesca, e non un grammo di più. Ogni movimento che la persona esegue da sola, anche lentamente e male, è allenamento; ogni movimento che le viene fatto al posto suo è un’occasione persa. Questo non significa lasciarla in difficoltà — significa capire dove serve la mano e dove serve solo la presenza.
Cosa aiuta davvero, e cosa invece rallenta il recupero
Aiuta, e si può iniziare a farlo da subito:
- Dare tempo. Cinque secondi di attesa in più spesso bastano perché il gesto parta da solo
- Accompagnare invece di trascinare: una mano che guida la direzione vale più di una che tira
- Sistemare l’ambiente: una sedia con i braccioli, il letto a un’altezza che permetta di appoggiare i piedi, i tappeti tolti, la luce accesa di notte
- Tenere gli oggetti utili sul lato più forte, o sul lato non operato
- Far usare le scarpe chiuse invece delle ciabatte, anche in casa
- Annotare quello che cambia giorno per giorno: cosa riesce, cosa no, quando compare il dolore. Alla seduta successiva è materiale utilissimo
- Chiedere al fisioterapista di mostrare i passaggi con le proprie mani, sul posto, e provarli davanti a lui
Rallenta, anche quando è fatto per affetto:
- Sollevare tirando da sotto le ascelle o per un braccio: sposta il carico sulla tua schiena e mette in tensione la spalla dell’altro, con un rischio concreto se quella spalla è stata operata o è fragile
- Anticipare ogni gesto. Se il bicchiere arriva sempre prima che la mano si muova, la mano smette di provarci
- Lasciare che passi la giornata in poltrona perché così è più tranquillo: sono i giorni in cui si perde più autonomia
- Inventare esercizi visti su internet o ripresi da un percorso di qualcun altro. Dopo un intervento o una frattura esistono movimenti vietati, e non si vedono a occhio
- Aumentare le ripetizioni di quello che il fisioterapista ha lasciato, pensando che il doppio serva il doppio
- Insistere quando compare un dolore nuovo, contando che passi
- Trattare gli ausili come una sconfitta: un bastone o un deambulatore usati nel momento giusto fanno camminare di più, non di meno
Sul programma di movimento vale una regola che tengo ferma: gli esercizi li imposta e li aggiorna chi ha valutato la persona, e si eseguono come sono stati spiegati. Il familiare è il migliore alleato possibile per far sì che vengano fatti, non la persona che li decide.
I passaggi in cui si fa più fatica, e dove si sbaglia di più
Dal letto a seduto — è il primo scoglio della giornata e quello che genera più strappi alla schiena di chi assiste. Il principio è farlo in tappe, aiutando a girarsi su un fianco e a usare le braccia come leva per salire, invece di tirare su di peso dalla posizione supina. La sequenza esatta cambia con la persona e con il problema che ha: è uno dei primi passaggi che insegno sul posto.
Da seduto a in piedi — qui l’errore tipico è tirare in avanti per le mani. Quello che serve invece è che il busto si porti avanti sopra i piedi e che la spinta arrivi dalle gambe e dagli appoggi, con il familiare accanto e non davanti. Una sedia troppo bassa o senza braccioli rende il gesto molto più difficile di quanto sia: a volte cambiare la sedia vale più di qualsiasi tecnica.
I primi passi — camminare tenendo la persona per un braccio è meno sicuro di quanto sembri, perché la sbilancia verso di te. L’affiancamento corretto, la scelta tra bastone e deambulatore e l’altezza a cui regolarlo sono decisioni cliniche, e vanno fatte guardando come quella persona si muove, non per abitudine o perché un ausilio era già in casa dopo un altro ricovero.
Il bagno — è il luogo dove succedono più cadute e dove il pudore complica tutto. Spesso il margine più grande non è nelle braccia di chi aiuta ma nelle modifiche: un rialzo per il wc, un maniglione fissato al muro nel punto giusto, uno sgabello nella doccia. Costano poco e cambiano l’autonomia reale di una persona più di molte altre cose.
La notte — alzarsi al buio, con le ciabatte e magari con un farmaco che rallenta i riflessi, è la combinazione che ricorre più spesso nei racconti delle cadute domestiche. Una luce a sensore nel corridoio e un percorso libero verso il bagno sono interventi banali con un effetto sproporzionato. Vale ancora di più quando l’equilibrio è diventato incerto e la paura di cadere condiziona i movimenti.
Quando chiamare il fisioterapista, e quando invece il medico
Molti familiari restano bloccati dal dubbio di disturbare, e finiscono per aspettare il controllo programmato. Questa distinzione serve a togliere quel dubbio. Ci sono situazioni in cui il numero da fare è quello del fisioterapista: la persona ha smesso di fare qualcosa che prima riusciva, il dolore compare in un movimento che prima era tranquillo, l’ausilio sembra non andare più bene, gli esercizi lasciati non si riescono più a eseguire, o al contrario sono diventati troppo facili. Sono tutte informazioni che servono per aggiornare il programma, e prima arrivano meglio è.
Ci sono poi segnali davanti ai quali non si chiama me. Vale la pena tenerli distinti su due livelli, perché la differenza sta nella fretta.
Chiama subito il 112
- Dolore al petto
- Affanno improvviso
- Segni di ictus: bocca storta, difficoltà a parlare, perdita di forza improvvisa a un braccio o a una gamba, confusione comparsa all’improvviso
- Caduta dopo la quale non riesce a caricare il peso su una gamba o su un braccio
Contatta il medico in giornata
- Febbre
- Polpaccio gonfio, caldo o arrossato
- Ferita chirurgica che cambia aspetto
- Dolore che non si placa in nessuna posizione
In entrambi i casi la fisioterapia si sospende e riprende dopo, con il via libera di chi ha valutato la situazione. Non è un passaggio burocratico: è il modo in cui si evita di trattare qualcosa che va invece inquadrato dal medico. Nel dubbio su quale dei due livelli sia quello giusto, si sceglie il più alto.
Come lavoro con i familiari quando entro in una casa
Il familiare, per me, non è un accompagnatore da tenere fuori dalla stanza: è la persona che passerà con il paziente le altre centosessantasette ore della settimana. Per questo una parte della seduta è dedicata a lui, e non è tempo sottratto al trattamento.
- Valutazione della persona e della casa: cosa riesce a fare, dove si blocca, quali stanze e quali arredi rendono il gesto più difficile
- Terapia manuale ed esercizio terapeutico, impostati sul quadro clinico e sulle indicazioni del medico o del chirurgo
- Addestramento ai trasferimenti: ti faccio vedere il passaggio, poi lo fai tu davanti a me e correggiamo insieme, perché una cosa letta e una cosa provata non sono la stessa cosa
- Protezione della schiena di chi assiste: dove mettere i piedi, quando usare il letto come appoggio, quando semplicemente non farlo da soli
- Indicazioni su ausili e piccoli adattamenti, scelti sul caso e non su un catalogo
- Un programma scritto e ridotto all’essenziale, con i segnali che devono far fermare e chiamare
Questo tipo di lavoro rende al meglio dove le difficoltà si presentano davvero, cioè in casa: il percorso riabilitativo svolto tra le mura domestiche copre Fano, Marotta e gli altri comuni della provincia di Pesaro-Urbino, e in studio a Colli al Metauro o al centro Pegaso Salute di Pesaro ricevo chi riesce a spostarsi. Se stai cercando un riferimento in zona, nella pagina su chi sono e come imposto i percorsi per chi vive a Fano trovi il quadro completo. Capita spesso che questa situazione nasca dopo un ricovero: in quel caso è utile anche quanto ho scritto sulla perdita di autonomia che segue una degenza.
FAQ — Le domande di chi assiste un familiare in casa
Quanto posso spingere prima di esagerare?
Il riferimento più utile non è il dolore durante, ma cosa succede dopo: se nelle ore successive la persona è più dolorante o più stanca del solito, e il giorno dopo riesce a fare meno, si è andati oltre. Un po’ di fatica durante il movimento fa parte del lavoro; un peggioramento che resta va segnalato.
Mio padre si rifiuta di fare quello che gli è stato lasciato: che faccio?
Quasi mai è pigrizia. Più spesso c’è paura di farsi male, imbarazzo, oppure un obiettivo che non gli interessa. Vale la pena legare il movimento a qualcosa che per lui conta — uscire sul terrazzo, andare in bagno da solo, arrivare al bar — e dirmelo, perché il programma si può riscrivere intorno a quel traguardo. Insistere frontalmente di solito peggiora il clima.
Devo essere presente durante la seduta?
Non sempre, ma nelle prime volte è utile e in certi casi lo chiedo esplicitamente: i trasferimenti e la gestione della giornata si imparano vedendoli. Nelle fasi successive la presenza può diventare facoltativa, anche perché una persona con qualcuno alle spalle a volte si muove meno liberamente.
Mi fa male la schiena da quando lo assisto: è inevitabile?
No, ed è un segnale da non ignorare. Nella maggior parte dei casi dipende da come vengono eseguiti i passaggi e da un ambiente che li rende più difficili del necessario. Sistemare altezze e appoggi, cambiare la sequenza dei trasferimenti e usare gli ausili giusti cambia molto. Se il dolore persiste, vale una valutazione per te, non solo per lui.
Venite anche a Marotta e nei comuni più piccoli?
Sì: il domicilio copre Fano, Marotta e i comuni della provincia di Pesaro-Urbino, entroterra compreso. Se invece la persona riesce a spostarsi, gli studi sono a Colli al Metauro e a Pesaro, al centro Pegaso Salute. Nella telefonata iniziale mi faccio dire la zona e organizzo gli spostamenti di conseguenza.
Chi assiste ha bisogno di istruzioni, non di buona volontà
La buona volontà in queste case non manca mai. Quello che manca è qualcuno che mostri, una volta, come si fanno i passaggi e dove si può lasciare spazio. Se stai assistendo un familiare in casa e hai la sensazione di fare tutto e ottenere poco, scrivimi e raccontami la situazione: cosa è successo, cosa riesce a fare oggi e in quale zona vi trovate, tra Fano, Marotta, Pesaro e Colli al Metauro. Da lì decidiamo se serve una valutazione a casa e cosa può cambiare subito.
Dott. Davide Diamantini — Fisioterapista con studio a Colli al Metauro e al centro Pegaso Salute di Pesaro. A domicilio in tutta la provincia di Pesaro-Urbino. Iscritto all’albo n. 799.
